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187 Muovendo i primi passi…

primi passi
io… © Copyright By Salvatore – La Traccia, Escursioni e Viaggi

Quando nasce la mia passione per la montagna?

L’amore per le Dolomiti nasce all’età di 6 anni dopo che papà mi ha portato a vedere la partita del Trento, quel giorno ho sentito tante di quelle grida, insulti, parolacce, rivolte verso l’arbitro e verso gli avversari e la partita doveva ancora iniziare, che non ho mai amato il calcio.

Verso la mia prima conquista

La mia prima conquista è stata il rifugio XII Apostoli in Brenta, le Dolomiti di Brenta; il silenzio i panorami i ghiacciai la fatica il sudore e il dolore; purtroppo negli anni ho anche perso degli amici in montagna ma non ho mai smesso di andare anche per loro.

Muovendo I primi passi

La mia città, Trento, cuore pulsante delle Dolomiti con i suoi laghi, i fiumi, le montagne: è qui che è nata la mia passione per la montagna, anche se il mio paese natale è Pinzolo in Val Rendena, famosa per i suoi “moleti” (arrotini).
Tutti i miei parenti andavano, almeno una volta l’anno, al rifugio XII Apostoli in Brenta e anche io all’età di 5 anni chiesi di andarci, lo desideravo proprio, ma ci portarono mio fratello, più vecchio di me di un anno.
Veramente qualche giorno prima mi portarono su un prato ripido e sono stati ad osservare come procedevo, ad un certo punto ho messo le mani a terra per stare in piedi: sacrilegio! visto che usavo le mani hanno sentenziato che non mi avrebbero portato.
“Non si mettono le mani a terra! Quest’anno niente montagna, ti porteremo quando starai su dritto”.
Per mesi non rivolsi più la parola a mia mamma, tanto ero deluso e arrabbiato.
Un anno passa in fretta.
Poi i 6 anni e finalmente arriva il 29 luglio. Qui iniziai ad andare in montagna, prima con i miei genitori e i miei zii. La mia prima escursione con loro naturalmente fu al Rifugio XII Apostoli in Brenta. Ricordo ancora l’emozione di indossare gli scarponi presi poco prima quindi nuovi. la partenza il passo “bregn de l’ors” il sentiero che porta al “Lac Sut”  che attraversiamo per poi salire la “Scala Santa” che allora era solo gradini di roccia e le mani non le potevi metter giù non come oggi un cordino di acciaio aiuta a salire il tratto più ripido della “Scala Santa” poi ricordo una sorgente di acqua da fusione e l’immenso ghiaione grigio macchiato dalla neve bianca, la lunga salita e la mia prima volta in Rifugio, la messa nella fredda ma accogliente chiesetta scavata nella roccia per ricordare dei giovani scomparsi li sul ghiacciaio della vedretta di Pratofiorito. Il signore delle cime cantato dal coro sat/sosat dentro la chiesa… ancora oggi i brividi mi corrono lungo tutto il corpo e verso sempre più di una lacrima quando sento questa canzone… il ritorno a valle giù per la Valle di Sacco con le imponenti 12 teste degli apostoli il ritorno al passo del bregn de l’ors facendo un giro ad anello…
E poi negli anni successivi con la parrocchia dei Solteri guidata allora da Don Fausto, per noi solo “il don”, anche lui con il pallino per la montagna e per la fotografia.
Gli anni passano e con gli anni aumenta sempre di più la mia passione per la montagna.
Delle mie prime esperienze ho in particolare questo ricordo, che resta vivido nella mia mente.

Passano gli anni

Avevo 15 anni quando per la prima volta, quasi per una bravata, andai in montagna da solo, sapevo che non è prudente andare in montagna da soli  ma comunque sono partito il mattino presto come fanno tutti i bravi alpinisti, il sole non era ancora sorto, preparai il mio zaino con alcune cose per la giornata, pane, dell’ acqua, te caldo e altri viveri.
Ricordo quella “passeggiata” come fosse oggi.
Il giro che intendevo fare l’avevo fatto alcuni anni prima con il “don” ma questa volta il punto di partenza non era la Val di Brenta ma la “baita” di mio zio a “Valaston”, appena sopra Pinzolo.
Passavamo qui le ferie e le vacanze d’estate.
Ho detto a mia mamma che volevo fare un’escursione e che sarei tornato nel pomeriggio.
Col mio zaino in spalla mi sono incamminato verso la malga Bandalors” che era la mia meta iniziale e qui mi sarei dovuto fermare (così avevo detto a mia mamma).
Arrivato alla malga infatti ho fatto una piccola sosta sorseggiando l’acqua fresca della fontanella che poco lontano dalla malga zampilla tutto il giorno, acqua fresca e buona.
Ma guardando un’altra volta la cartina sentivo nascere un desiderio: quello di continuare… così inizio a risalire la strada forestale e un po’ alla volta si presenta avanti a me maestoso il  BRENTA o meglio il sottogruppo del Vallon, con la cima dei Dodici Apostoli, e senza accorgermene ormai ero arrivato ai prati, le piante avevano lasciato il posto ai pascoli, e arrivo al baito dei cacciatori.
Qui mi fermo e ammiro il panorama, vedo la cima Dodici Apostoli, il gruppo dell’ Adamello, la Presanella e giù tutta la Val di Rendena.
Un altro sguardo alla cartina che mi sono portato, e via…oramai sono al passo del “Bregn de l’Ors”.
Faccio un’altra piccola sosta.
C’è una cappella fatta di sassi con dentro una Madonnina, lascio alcuni fiori che ho raccolto durante la salita, una piccola preghiera e poi cerco il sentiero che scende in Val d’Agola, lo trovo e continuo il mio cammino.
Laggiù in fondo si trova un lago: è il lago d’Agola lo vedo anche da quassù, dal passo. Il colore verde smeraldo ma a volte anche azzurro turchino del lago è un richiamo, scendo il sentiero quasi di corsa come se qualcuno mi volesse rubare quel lago ma stando sempre attento alle radici degli alberi che ogni tanto spuntano dal terreno.
Il bosco ancora una volta si dirada e i prati si presentano ampi e verdi, eccomi finalmente al lago, era diventato il mio secondo obbiettivo, la meta da raggiungere.
Però non mi bastava… e i ricordi ogni tanto ti ingannano ritornano…
Il Lago d’Agola si trova a 1600 metri di quota circa, questa volta mi fermo per un’ora, mangio e bevo con calma il te caldo che mi ero portato.
Ascolto il silenzio al quale ora non siano più abituati.
Cerco di interpretare la cartina e vedo la Val di Brenta, i ricordi mi portano a quando facevamo le gite con il “don”.
Ancora oggi c’è una casetta dove dormivamo quando facevamo il campeggio in estate.
Ci voglio passare.
Mi rimetto in cammino e seguendo la strada forestale chiusa al traffico, costeggio il torrente, l’acqua alle volte scompare sotto terra, si inabissa per molti metri e poi all’improvviso riappare (sono gli effetti carsici).
Dopo un’ora arrivo in Val di Brenta avendo percorso prima la Val d’Agola.
Sono davanti al vivaio della forestale, ci sono piante e fiori di rara bellezza.
Riprendo il cammino, vado avanti ho già fatto un lungo tratto di sentiero quando penso di aver sbagliato la strada: non trovo più la segnaletica “rosso bianco rosso”; riconosco un prato dove una volta ci siamo fermati a giocare al pallone ma non trovo il sentiero e neanche qualcuno a cui chiedere indicazioni, oramai si è fatto tardi.
La prima preoccupazione è ritrovare il sentiero, torno indietro per circa mezzora, ricordo una specie di bivio forse è quell’altra la direzione da prendere… sì ricordo… certo portava in località Fogaiart, la seconda è cosa dirà e cosa stara pensando mia mamma… ma io sono tranquillo qui vicino sullo stradone che porta a madonna di Campiglio i miei zii hanno una stalla e loro ci abitano, mi fermo a salutarli e sono molto sorpresi di vedermi da solo. Racconto velocemente la mia avventura ma che devo anche raggiugere ancora “Valston”  mi spiegano che a Sant’Antonio di Mavignola trovo la vecchia strada di non percorre lo stradone principale… arrivo a S. Antonio di Mavignola, imbocco il sentiero e ora sono più tranquillo anche se la notte oramai era lì per arrivare, erano le 20 forse le 21 e avevo perso molto tempo quando avevo perso il sentiero e per trovare la via giusta.
Ero solo come quando ero partito, non avevo trovato nessuno neanche lungo tutto il percorso.
Però ora ho trovato la strada ed i segni bianco rossi, devo “solo” scendere verso Pinzolo quindi raggiungere “Valaston” ma ci vuole ancora un’ora o più.
Mi è passata la fame e la sete, un pensiero va ancora a mia mamma e mio zio, si sarebbero sicuramente arrabbiati ma soprattutto preoccupati avrei dovuto avvisare, ma allora il cellulare non esisteva!
Da S. Antonio di Mavignola prendo la vecchia strada che porta a Pinzolo, ci vogliono 40 minuti circa, quando arrivo in paese oramai la notte si era fatta nera e con il buio le ombre delle piante, dei cespugli del bosco sembrano tanti folletti, streghe, uomini malvagi, orsi, caprioli… e i miei pensieri di ragazzo di 15 anni corrono ancora più della realtà,  penso alle parole di  mia mamma:

“Non devi aver paura del bosco anche se è di notte perché ciò che c’è di giorno c’è di notte”,  ma non è vero (io quel bosco non lo conoscevo bene e ne avevo paura).

Gli animali del bosco, loro, girano anche di notte.
Cammino ancora per circa un’ora, arrivo a casa che sono le 21.30 o anche più tardi, mia mamma mi stava aspettando, era in pensiero e anche arrabbiata, mio zio un po’ meno ma una bella ramanzina me la sono dovuto sentire prima di raccontare la mia avventura.
E per fortuna non me le sono prese, così posso dire di essere arrivato a casa sano e salvo…
Da quel giorno non ho smesso, nonostante lo spavento che mi ero preso, di vagabondare per le “Terre Alte”: ho girato ancora il Brenta magica montagna dai sentieri infiniti…
E poi tante altre: ho iniziato raggiungendo le malghe che si trovano ai piedi delle montagne, quelle cime che mi attiravano e incuriosivano, visitando i laghi e poi con il tempo i rifugi, le ferrate, le vette, prima a solo a piedi e in un secondo tempo con gli sci, addirittura in m.t.b.

Il Seguito

In seguito ho arrampicato, mettere le mani sulla roccia mi riempie di gioia, posso guardare da sopra tutto ciò che prima vedevo da sotto, con il naso all’insù, le vette delle montagne.
Nel 1993: ho fatto il corso roccia con la scuola Giorgio Graffer della S.A.T di Trento e ho iniziato ad arrampicare fino al 2005, riprendendo poi nel 2012, interrompendo nel 2015… Il problema è trovare un/a appassionato, fidato-a compagno-a di cordata.
Ho praticato per un breve periodo lo scialpinismo: stagioni, dal 1995 al 2000.
Da un paio di anni vado anche con le ciaspole. Per un brevissimo periodo ho anche arrampicato sulle cascate di ghiaccio.
Successivamente ho anche usato la bicicletta (M.T.B.) per l’avvicinamento alle falesie o alle pareti di arrampicata, anche per lunghi percorsi che naturalmente comprendevano anche il ritorno a casa.
Per anni prediligo le Dolomiti di Brenta, oggi le mie escursioni spaziano sul territorio Trentino tra la Paganella, il Monte Bondone il Lagorai-Cima d’Asta le Piccole Dolomiti e il Pasubio.
Da qualche anno frequento quelle confinanti, le Dolomiti Bellunesi, le Vette Feltrine, i Monti del Sole, Pelmo, Civetta, Antelao, L’Ampezzano, raramente in Alto Adige, dove ho salito Cima Italia e poche altre.
Nel 2005 sono costretto a interrompere le escursioni, l’arrampicata… fino a dopo la separazione da mia moglie del 2008 dopo parecchi mesi di assenza dalla montagna riprendo andando da solo, o con qualche amico, per quasi 2 anni.
Sono stato su molte cime e su alcuni ghiacciai come il Carè Alto, il ghiacciaio dell’Adamello e quello del Cevedale il Castore e… oggi continua ancora la mia voglia di montagna… con il Blog La Traccia Escursioni e Viaggi 

Non fate i timidi Commentate qui sotto…

Termino questa presentazione con un consiglio: voglio ricordare che l’alpinismo e l’escursionismo è uno sport potenzialmente pericoloso, vigilate ogni vostro passo, conoscere e sapere quali sono i rischi e i pericoli oggettivi e soggettivi insiti nelle attività di montagna.

leggete anche la mia Biografia Biografia di SALVATORE

Autore/i: Salvatore Stringari 
Rispetta la montagna! Riporta a casa i tuoi rifiuti non lasciarli sui sentieri!
i vostri primi passi in montagna come sono stati? Mi lasciate un commento?
© Copyright By Salvatore Stringari – La Traccia, Escursioni e Viaggi

7 pensieri su “187 Muovendo i primi passi…”

  1. Ma daiii… la montagna in solitaria è un’emozione unica!
    E considerati fortunato a poter gironzolare in zone dove non si incontra anima viva: nelle mie montagne (Como-Lecco) ci sono più escursionisti che formiche! E i sentieri sono tracciati meglio che le autostrade.
    Perdersi e provare quell’ansia inaspettata è….. magnifico, una volta tornato a casa 😀

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  2. bellissimo racconto, davvero, di una bellissima esperienza, di quelle che non si dimenticano perché ti formano per la vita…

    il mio primo impatto con la montagna è stato molto tardivo: anche se sono cresciuto in Sued Tirolo, a Meran/Merano, i miei genitori non amavano molto la montagna (mio padre era ufficiale dell’artiglieria da montagna, quindi forse ne aveva abbastanza di quella di cui doveva occuparsi per lavoro) e ricordo soltanto una terribile escursione a piedi da Hafling/Avelengo a Meran/Merano, quando il paese era collegato alla valle soltanto da una funivia o da mulattiere lunghe 12 km.

    del resto le montagne non erano proprio a portata di mano della città, molto bassa nella conca tra la valle dell’Adige e quella del Passirio.

    alcune escursioni avvenivano quando arrivava un mio zio che abitava vicino a Trento, a Mezzocorona, e aveva la macchina, una giardinetta di legno, su cui salivamo tutti, con la sua famiglia, quattro adulti, cinque bambini e un cane.

    ricordo una di queste escursioni in Val Martello, con un braccio rotto da qualche giorno e ancora non ingessato, perché cercavo di tenere segreta la frattura per non prenderle da mia madre: non proprio entusiasmante direi.

    scoprii la montagna soltanto nel 1972, a 24 anni, in un viaggio a Vienna, con un mio amico, che poi è diventato un grande viaggiatore e ha fatto trekking anche in Tibet: la prima tappa fu Meran/Merano, appunto, e passammo una settimana al rifugio del Velloi, che si raggiungeva a piedi attraverso boschi e prati, dopo un primo tratto in seggiovia, per arrivare abbastanza in quota.

    da lì partimmo un mattino all’alba, impreparati e senza attrezzature né cartine del territorio per raggiungere la cima del Tschigatt, a 3.000 metri, attraverso il passo del Valico e la relativa via ferrata, che affrontammo a mani nude!

    quella prima camminata in montagna rischiò di essere anche l’ultima: arrivammo sulla cima risalendo un ghiacciaio sul versante nord del monte e semplicemente piantando gli scarponi nella neve più fresca (era l’inizio di agosto); ma quando fummo in cima e vedemmo profilarsi un temporale, ci rendemmo conto che la discesa per dove eravamo saliti era la morte certa, e non vedevamo altri sentieri.

    ci mettemmo a cercarli sugli altri versanti dandoci appuntamento dopo mezzora sulla cima di nuovo, ed io fui fortunato perché trovai le famose tracce bianche e rosse sul versante ovest, verso la val Senales: peccato solo che fossero nella direzione opposta rispetto al rifugio; comunque non ci restò che scendere in quella valle e poi cercare di ritornare indietro verso sud-est per ritrovare il rifugio.

    ci vollero nove ore di cammino, ed arrivammo nel cuore della notte, quando oramai ci davano per dispersi, ma appunto non esistevano i cellulari allora e nessuno aveva potuto dare l’allarme e far partire le ricerche.

    passai il giorno dopo a letto con la febbre a 39.

    fu questa esperienza che cementò il mio amore per la montagna, rimasto però episodico, ma soprattutto la mia passione per i viaggi di avventura

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  3. Che bello Salvatore, attraverso le tue parole ci son stata in questi luoghi a te cari.
    Ci son località delle quali ho sentito favoleggiare , altre a me ignote.
    Ma mi piace come hai narrato la tua geografia delle emozioni.
    Mio figlio da più di 5 anni vive con la famiglia in Veneto. Uno dei miei sogni ( e richieste) è stata di potermi godere Trento.

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